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Origine storica della collaborazione internazionale
L’esigenza di sottoporre a controllo e a precise limitazioni il flusso esportativo di tecnologie e di materiali considerati strategicamente critici, in quanto suscettibili di rafforzare in modo diretto e rilevante il potenziale militare di paesi ritenuti possibili avversari, nasce con gli inizi della Guerra Fredda ed è dettato esclusivamente da ragioni di sicurezza nazionale, particolarmente sentite negli Stati Uniti, per l’emergere di una sempre più marcata contrapposizione politica e militare, propria di quegli anni, con l’Unione Sovietica. All’origine di tale politica restrittiva figura, infatti, la necessità di evitare che l’URSS e gli altri paesi del blocco comunista dell’Europa dell’Est possano in qualche modo trarre beneficio dalle più avanzate tecnologie disponibili in Occidente attraverso il ricorso alla libera pratica degli scambi commerciali. Le motivazioni del controllo sono, pertanto, a quel tempo indirizzate in funzione di precise strategie militari che postulano, mediante l’embargo ed il contenimento delle forniture di determinati beni, il contrasto al processo di rinnovamento delle forze armate dell’URSS che, soprattutto per alcune materie prime impiegate nell’industria bellica, risulta fortemente dipendente dall’estero e presenta forti ritardi tecnologici in settori rilevanti. Conseguentemente, tutte le esportazioni di materiali tecnologici o di prodotti suscettibili di essere usati a fini militari, anche semplicemente per rafforzare il potenziale industriale dei paesi avversari, devono essere assoggettati a stretto controllo. Tuttavia, questo sistema può rivelarsi efficace solamente alla condizione che venga condiviso ed attuato da tutti i paesi europei alleati degli Stati Uniti. Il varo del Piano Marshall costituisce l’occasione più favorevole per porre le premesse ad una istituzionalizzazione sul piano internazionale di un sistema integrato e multilaterale di restrizioni al commercio con l’estero di alcuni beni e tecnologie considerati rilevanti sotto il profilo strategico. Per i paesi dell’Europa Occidentale alleati degli USA, infatti, l’adesione alla politica americana di contenimento del flusso commerciale verso i paesi del blocco comunista diviene il prerequisito per poter beneficiare di aiuti economici nel quadro del Progetto di Ricostruzione Europea (ERP), anche alla luce del principio portato avanti dagli USA, che di lì a poco tempo si sarebbe codificato anche in disposizioni normative (Battle Act del 1951), secondo il quale nessun tipo di assistenza militare, economica o finanziaria sarebbe stata concessa a quegli Stati, sia pur alleati, che non avessero applicato l’embargo nei confronti delle vendite di alcune categorie di materiali e prodotti strategici a paesi o gruppi di paesi che presentavano aspetti di minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. L’aggravarsi della situazione internazionale di tensione tra i due blocchi, a seguito soprattutto del colpo di stato in Cecoslovacchia nel febbraio del 1948 e del successivo blocco di Berlino nel luglio dello stesso anno, spinge la parte occidentale a adottare i primi controlli e restrizioni nei confronti delle esportazioni dirette ai paesi dell’Europa orientale, seguiti subito dopo, da parte degli Stati Uniti, dall’approvazione nel 1949 dell’Export Control Act, la prima legislazione specifica americana destinata a regolamentare il flusso delle esportazioni in tempo di pace sulla base di precisi criteri di rispondenza agli interessi economici, di politica estera e di sicurezza nazionale. Lo scenario si presenta, insomma, propizio per l’avvio dei negoziati che daranno vita, nel novembre del 1949, alla prima intesa multilaterale denominata Coordinating Committee for Multilateral Export Controls (CO.COM.), avente il compito di coordinare le diverse misure di controllo delle esportazioni di materiali e tecnologie strategiche e di promuovere un’azione comune per contrastare i trasferimenti illegali, praticati, a quel tempo, sotto varie forme per superare gli ostacoli posti dall’embargo. Questo primo accordo internazionale sul controllo delle esportazioni di materiali e tecnologie di natura strategica nasce, dunque, su iniziativa americana ed è fortemente influenzato da esigenze di politica internazionale che fanno capo agli Stati Uniti. Esso è dettato fondamentalmente dalla necessità di porre in essere, attraverso l’adozione di un sistema multilaterale di controllo delle esportazioni, un meccanismo utile a mantenere su un piano globale il predominio militare e tecnologico degli USA. I paesi occidentali seguono tale impostazione ed accettano di partecipare a tale sistema di controllo perché consapevoli che l’accesso alla tecnologia americana sarebbe potuto passare esclusivamente attraverso una stretta condivisione degli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In questa prima fase di collaborazione internazionale, volta a limitare i trasferimenti di materiali considerati strategici al fine di evitare il rafforzamento delle capacità militari dei paesi avversari degli USA e dell’Occidente, predomina, pertanto, l’aspetto di sicurezza militare che determina conseguentemente le ragioni e le modalità del controllo, finalizzato più a disporre restrizioni che ad individuare strumenti comuni di intervento e convergenza dei rispettivi sistemi autorizzativi. Con l’affermarsi successivamente della consapevolezza del rischio di diversione a fini militari, associato a determinati trasferimenti di materiali e tecnologie, utilizzabili in primis nel settore nucleare civile, diviene però più chiaro che uno degli elementi chiave per una completa ed efficace strategia di contrasto alla proliferazione, non solo delle armi nucleari, ma di tutti i mezzi di distruzione di massa, compresi i vettori atti al trasporto di tali ordigni, è costituito proprio dall’azione internazionale di cooperazione volta ad adottare comuni strumenti di controllo delle esportazioni di materiali e tecnologie ritenute sensibili sotto tale profilo, che non può prescindere da una interpretazione ed attuazione dei controlli con qualche grado di uniformità. Si assiste così a un graduale passaggio da una visione del sistema internazionale di controllo delle esportazioni di beni strategici, basato sull’esigenza di salvaguardare interessi di sicurezza di alleanze militari, ad un’altra finalizzata precipuamente a contrastare la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riflettendo proprio l’accresciuta priorità assegnata alla non proliferazione, le democrazie industrializzate dell’occidente iniziano, a partire dai primi anni ’80, a porre le condizioni per importanti cambiamenti nell’ambiente istituzionale internazionale concernente i controlli delle esportazioni, creando dapprima, nel 1985, il Gruppo Australia (Australia Group - AG) con lo scopo di coordinare le politiche nazionali di controllo delle esportazioni dei precursori chimici (estese poi negli anni ’90 anche ai materiali di duplice utilizzo, alle armi biologiche e ai relativi prodotti) e, nel 1987, il Regime di controllo delle tecnologie missilistiche (Missile Technology Control Regime - MTCR) per contrastare la proliferazione dei missili balistici utilizzabili per il trasporto delle armi nucleari e, successivamente, anche per le altre armi di distruzione di massa. La fine della Guerra Fredda, con il dissolversi dell’antagonista rappresentato dal blocco comunista e la conseguente diversificazione della minaccia in ambiti non più preventivamente configurabili, segna il consolidamento di tale consapevolezza e la lotta alla proliferazione delle armi di distruzione di massa e dei relativi mezzi di trasporto diviene l’obiettivo fondamentale posto nell’agenda della sicurezza internazionale. Gli stessi Stati procedono, pertanto, a trasformare radicalmente il Gruppo dei fornitori nucleari (Nuclear Suppliers Group - NSG), costituito nel 1976 e mai concretamente avviato, aggiungendo i controlli sui materiali di tipo duale nucleare e le “full-scope safeguards”, come condizione imprescindibile per le forniture di materiali nucleari. Finalmente, nel 1994, gli Stati Uniti ed i suoi alleati decidono di smantellare il già ricordato CO.COM. e rimpiazzarlo nel 1996 con l’Accordo di Wassenaar sui controlli delle esportazioni di armi convenzionali e di materiali e tecnologie duali, accogliendo come suoi membri molti dei precedenti avversari del blocco comunista. Questi sforzi integrano altre ampie azioni politiche di non proliferazione, quali l’indefinita estensione del Trattato di non proliferazione nucleare (Nuclear Non-Proliferation Treaty - NPT), la ratifica e l’attuazione della Convenzione sulle armi chimiche (Chemical Weapons Convention - CWC) e la creazione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Organization for the Prohibition of Chemical Weapons - OPCW).
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| Copyright 2006 - 2009 Ultimo aggiornamento 06 maggio 2009 | ||||||