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Evoluzione storica del processo di collaborazione internazionale nel settore delle armi chimiche e biologiche
La Convenzione di Parigi sulla messa al bando delle armi chimiche e quella sulla proibizione delle armi batteriologiche rappresentano l’esito finale di un lungo e complesso lavoro diplomatico, protrattosi per l’intero secolo ventesimo sullo sfondo di numerosi eventi bellici. La questione della messa al bando delle armi chimiche, per lungo tempo nell’agen iniziative di disarmo, vede il suo primo atto ufficiale nella Dichiarazione di Bruxelles del 1874, adottata da 15 Stati europei, che proibisce l’utilizzo di sostanze tossiche e dei relativi mezzi di diffusione. Tuttavia, tale primo impegno alla limitazione delle armi chimico-batteriologiche dell’epoca moderna rimane del tutto disatteso, per la mai avvenuta ratifica da parte degli Stati firmatari. Alla fine dell’Ottocento, due conferenze tenutesi a L’Aja (Dichiarazione del 1899 e Accordo del 1907) ripropongono la questione delle armi chimiche e la proibizione dell’uso di sostanze e di armi tossiche, nonché di armi che possano provocare sofferenze superflue. Anche tali iniziative, tuttavia, non producono alcun effetto in termini di efficace preclusione al loro utilizzo, come è testimoniato dagli eventi della prima guerra mondiale. L’evidente crudeltà dell’impiego di tali armi spinge, comunque, per un rilancio delle iniziative in favore della proibizione dell’uso di gas e agenti chimici come mezzi di combattimento; proibizione, che le potenze vincitrici (Francia, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) nel 1919 impongono unilateralmente con il Trattato di Versailles a quelle sconfitte, mentre gli Stati vincitori firmano, invece, nel 1922 a Washington un Trattato valido per tutti gli Stati sul controllo dell’uso bellico, oltre che dei sottomarini, anche dei gas nocivi che, però, non entrerà mai in vigore per la mancata ratifica da parte della Francia. Dopo questo fallimento, un primo concreto risultato dell’azione di cooperazione internazionale in materia è costituito dall’adozione, nel corso della Conferenza internazionale di Ginevra sul commercio delle armi promossa dalla Società delle Nazioni, del Protocollo di Ginevra del 1925 sulla proibizione dell’uso in guerra di gas asfissianti, tossici o di altri mezzi di guerra batteriologica. Il Protocollo di Ginevra, entrato in vigore nel 1928, rappresenta, con i 135 paesi attualmente aderenti, il primo Trattato sul disarmo che in qualche modo abbia resistito alle vicissitudini della storia, anche se fin dall’inizio presenta un rilevante limite, costituito dalle numerose riserve espresse con la ratifica da una quarantina di Stati, che si impegnano a rispettarlo (cioè, ad astenersi dall’uso delle armi chimiche) solo a condizione di non essere attaccati a loro volta con tali armi (possibilità dell’uso in ritorsione). Il Protocollo di Ginevra del 1925, pur configurandosi più correttamente quale accordo sulla rinuncia ad usare per primi le armi chimiche, rimane comunque, fino alla sottoscrizione della Convenzione di Parigi del 1993, lo strumento giuridico internazionale più importante in materia di armi chimiche, anche se vari tentativi di espanderne in qualche modo la portata nel corso della Conferenza sul Disarmo del 1932-1933 non trovano alcuna forma di adesione. Nonostante che nel corso del secondo conflitto mondiale le armi chimiche non vengono utilizzate, il problema della guerra chimica e biologica rimane sempre di attualità. Pertanto, fin dal 1947 alle Nazioni Unite, nel contesto del dibattito sulle armi di distruzione di massa, il tema delle armi chimiche e batteriologiche trova nuovamente motivo di approfondita discussione, anche in considerazione dei rapidi sviluppi scientifici e tecnologici nel frattempo intervenuti, che apportano un’accresciuta letalità da parte di alcuni agenti chimici (si pensi, in particolare, ai gas nervini quali il sarin, il tabun e gli agenti "V"). Nel 1948, la Commissione delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali equipara le armi chimiche, batteriologiche e nucleari sotto la comune definizione di “armi di distruzione di massa”, anche se il controllo delle emergenti armi nucleari si configura come prioritario, sia nei rapporti Est-Ovest, sia in quelli internazionali, relegando sullo sfondo le armi chimiche e batteriologiche. Solo alla fine degli anni ‘60 il problema rappresentato da tale tipologia di armi viene riproposto dalla Svezia nell’agenda della Conferenza sul disarmo a Ginevra. Alla base della richiesta svedese stanno due recenti impieghi di armi chimiche: gli attacchi all’iprite delle forze armate egiziane nello Yemen e l’uso di defolianti da parte del governo americano in Vietnam. Dopo la diramazione nel 1969 di un rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, nel quale si afferma che l’uso delle armi chimiche e batteriologiche produce danni irreversibili alle persone e alla natura, il governo inglese, seguito da altri Stati occidentali, prende l’iniziativa di separare la problematica delle armi chimiche da quella delle armi biologiche. Questa impostazione occidentale, accettata dalla Conferenza del disarmo di Ginevra, pone la questione delle armi chimiche in secondo piano ed accentua le discussioni sul controllo delle armi biologiche, che portano, nel 1972, alla firma della Convenzione sulla messa al bando di tali strumenti di guerra. La Convenzione prevede che un accordo relativo alle armi chimiche venga raggiunto in data prossima; in realtà, passeranno quasi venti anni prima che le armi chimiche tornino al centro delle iniziative di disarmo. Tra i motivi di tale ritardo riveste un ruolo fondamentale il disinteresse delle grandi potenze ad una rapida conclusione di un trattato sulle armi chimiche. Solo nella seconda metà degli anni Ottanta, cominciano nuovamente ad emergere forti preoccupazioni per il ripetuto e dimostrato impiego di gas da parte dell’Iraq contro l’Iran. Le trattative sulle armi chimiche riprendono alla Conferenza di Ginevra, ma la prima seria iniziativa di questa seconda fase di rinnovata attenzione al problema prende, però, piede al di fuori della Conferenza di Ginevra. Nel 1985, infatti, il governo australiano invita gli altri Stati occidentali a formare un gruppo informale di paesi cooperanti che si propongano il compito di prevenire l’esportazione di composti utilizzabili per la produzione di armi chimiche. Quindici paesi, tra cui l’Italia, aderiscono a questa iniziativa, diventando membri del Regime internazionale noto, poi, come Gruppo Australia. Nel 1989, la Francia (paese depositario del Protocollo di Ginevra del 1925) organizza una Conferenza al termine della quale i circa 150 partecipanti dichiarano il proprio impegno al rifiuto di impiegare armi chimiche; rifiuto da attuare con l’eliminazione totale di tali armi. Dopo che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica firmano nel 1990 un accordo per la distruzione e la non produzione di armi chimiche, il testo definitivo della Convenzione per la messa al bando delle armi chimiche, a seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, diventa nel 1993 disponibile per la firma da parte di tutti gli Stati.
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| Copyright 2006 - 2012 Ultimo aggiornamento 24 novembre 2011 | |||||